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Venuto al mondo: più che una recensione, una confessione

Pubblicato su 11 Febbraio 2014 da Maria Silvia Sanna in libri, recensione, letteratura, Margaret Mazzantini, Venuto al mondo

La locandina del film e la locandina del libro Venuto al mondo

La locandina del film e la locandina del libro Venuto al mondo

Ho cominciato a leggere Venuto al mondo con un interesse un po' pigro e una, conseguente, lentezza preoccupante. Una giornalista di mezza età, la Bosnia ai tempi della guerra, sprazzi di una Roma (bene) che riconosco a fatica: scorrono le pagine e il mio interesse resta sempre un passo indietro.

Non comprendo la distanza dal mondo della protagonista, che sfiora la commedia e la tragedia umana con lo stesso distacco cupo. Un sentore amaro riecheggia anche tra le pagine che parlano d'amore. Non capisco a cosa aggrapparmi, quale personaggio abbracciare, mentre il tempo narrato sembra appiattirsi in un elenco di avvenimenti privi di scelta. Il senso del dovere supera il desiderio, le decisioni chiave colano via come se fossero obblighi.

Un lasciarsi vivere quasi atarassico, mentre il mondo intorno freme di vita e di morte.

Fino a quando un'ossessione di maternità diventa l'unica guida, fino a quando il desiderio d'amore si trasforma in forza corrosiva e distruttiva. Allora, solo allora, ho provato a camminare di fianco alla protagonista del libro, a capire le sue emozioni, a soffrire con lei (gioire no, mai). Quando tutta la sua vita si restringeva in quell'unica, grande e minuscola pulsione ovarica, allora ho sentito che sarei potuta essere io quella donna sterile e insapore. Poteva essere mio quel desiderio accecante, poteva essere mia quell'incompletezza biologica che trasforma il ventre in una piccola tomba.

Ho sofferto con lei, ho pianto. Un giorno, sulla metro piena di gente, mentre ero totalmente immersa nella lettura, ho sentito le viscere stringersi e rovesciarsi davanti all'insostenibilità di quello che leggevo. Era la scelta più perversa che lei potesse fare. Eppure era lì, era già scritto. Ho sollevato gli occhi, e mentre guardavo un signore davanti a me, ho sentito un conato di vomito - se sono arrabbiata mi succede, a volte: tutta la rabbia si muove dalla bocca dello stomaco, come un veleno. Ho deglutito forzandomi ad abbassare di nuovo lo sguardo sulle parole di Margaret Mazzantini. Da lì, ero sua. Scossa, furiosa, curiosa: volevo solo sapere fino a che punto sarebbe arrivata questa storia, volevo solo essere spinta sul ciglio del burrone per guardare di sotto.

Una notte, con l'abat-jour accesa, sono rimasta sveglia a leggere per ore, mentre Davide dormiva accanto a me. Mi sono arrabbiata, ho sbattuto il libro sul comodino a poco più di un centinaio di pagine dalla fine; nel frattempo Davide si lamentava, io gli chiedevo scusa, ma poi allungavo la mano per gettarmi nel precipizio di quel libro.

Sono arrivata alla fine, piangendo, la mattina dopo. Senza asciugare le lacrime che scendevano in silenzio. L'estrema crudeltà della conclusione si sovrapponeva ai volti biondi e sorridenti dei ragazzini bosniaci che erano sfollati nel mio paese, venti anni fa. Era tutto distrutto, a cominciare dalla mia rabbia di prima. Restavano solo i brividi d'orrore.

Sono andata a singhiozzare da quell'incarnazione della pazienza alta un metro e novanta che vive con me. Non so se leggerò più un libro della Mazzantini, ma questo romanzo intriso di paure, ossessione e malvagità umana è passato come un aratro dentro di me e credo proprio che non lo dimenticherò mai.

L'autrice del romanzo Venuto al mondo, Margaret Mazzantini

L'autrice del romanzo Venuto al mondo, Margaret Mazzantini

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Neuromarketing: perché il marketing non può fare a meno della psicologia

Pubblicato su 29 Ottobre 2013 da Maria Silvia Sanna in Neuromarketing, marketing, recensione, libri, psicologia

Martin Lindstrom, autore di Neuromarketing

Martin Lindstrom, autore di Neuromarketing

"Metà del mio budget di pubblicità è sprecata. Il problema è che non so di quale metà si tratti."

(John Wanamaker)

La frase, pronunciata oltre cento anni fa da uno dei pionieri del marketing, è ancora attuale: sappiamo che l'advertising influenza l'acquisto, ma non sappiamo definire con certezza in che misura sia efficace. Neuromarketing di Martin Lindstrom, che in inglese porta un titolo meno pretenzioso e più giocoso, Buyology, cerca di rispondere alla domanda fondamentale: che cosa coinvolge davvero il consumatore spingendolo all'acquisto? Per trovare una soluzione al problema, Lindstrom utilizza la neuropsicologia, studio dei processi cognitivi tramite l'analisi delle onde cerebrali e dell'attività elettrica nel cervello.

Dal tabacco ai negozi Abercrombie, fino alla suoneria Nokia, l'autore ha analizzato questioni legate alla pubblicità svolgendo esperimenti di neuromarketing tramite le scansioni SST e fMRI. Basandosi su questi studi, ogni capitolo del libro spiega un diverso meccanismo psicologico oppure analizza un luogo comune della pubblicità: quanto vende il sesso? Esistono i messaggi subliminali? Il product placement funziona? Le immagini shock sui pacchetti delle sigarette hanno davvero il potere di distogliere i consumatori dal fumo

Con una incrollabile fede nelle scienza e consapevole di quanto siano complessi i processi decisionali ed empatici sui quali si basa l'acquisto, Lindstrom porta l'attenzione sull'inscindibile rapporto tra la conoscenza della psicologia umana e le iniziative pubblicitarie. 

Il libro è ambizioso e il tema non proprio semplicissimo, ma l'approccio è leggero e lo stile dell'autore rende avvincenti anche le argomentazioni scientifiche. Ho letto queste 200 pagine e poco più con la stessa curiosità che riservo a una bella storia e consiglierei la lettura anche a chi non è del settore e da consumatore vorrebbe capirci qualcosa. Soprattutto, lo consiglierei a tutti quelli che pensano che basti scrivere Clicca qui perché gli utenti siano chiamati all'azione, senza fornire a questi ultimi nessuna reale motivazione per farlo.

A proposito, cliccate sui tasti di share. ;)

Neuromarketing. Attività cerebrale e comportamenti d'acquisto - Titolo originale: Buyology

Neuromarketing. Attività cerebrale e comportamenti d'acquisto - Titolo originale: Buyology

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La vita mistero prezioso di Daisaku Ikeda

Pubblicato su 6 Agosto 2013 da Maria Silvia Sanna in buddismo, religione, Daisaku Ikeda, La vita mistero prezioso, libri

Daisaku Ikeda - Leader della Soka Gakkai Internazionale

Daisaku Ikeda - Leader della Soka Gakkai Internazionale

Questa non è una recensione qualsiasi, sia perché ho impiegato un po' di tempo a tirare le fila di molti pensieri sparsi, sia perché si tratta di uno sconfinamento tematico sicuramente inconsueto. Con la scusa della monoporzione cerebrale, ho abituato chi mi legge a curiosi voli pindarici, seguendo una linea disegnata dai miei pensieri e dalla mia vita. In altre parole, questo blog è un gigantesco cartello con su scritto: "Chi mi ama mi segua".

Non avevo mai parlato di religione, prima d'ora, perché è da più di un decennio che ho ibernato questo tema definendomi agnostica. Verso i sedici anni l'infantile e sicuramente ingenua curiosità verso le religioni si è disciolta nell'interesse adolescenziale per il pensiero speculativo della filosofia: stavo ancora cercando un senso, ma avevo deciso di cambiare metodo.

Conosco molte persone che, crescendo, si sono spostate da un ovvio cattolicesimo imposto quasi per natura, a correnti di pensiero che negano la religione. Tra la sospensione di giudizio agnostica e la negazione della trascendenza propria degli atei, mi è capitato di incrociare alcune persone che hanno scelto la strada orientale del buddismo. Persino la mia cantante preferita è buddista. Secondo L'Espresso, la comunità italiana è la più grande d'Europa, con circa oltre 70.000 fedeli.

Mi interessa la conversione come scelta consapevole e mi interessa ancora di più capire come la pratica di una delle religioni più antiche del mondo possa generare senso per un italiano del 2013. Così, mi hanno consigliato di leggere La vita mistero prezioso di Daisaku Ikeda.

A questa lunga premessa devo aggiungere di non essere buddista e mi scuso in anticipo per eventuali inesattezze o fraintendimenti, che spero vogliate segnalarmi.

La vita mistero prezioso di Daisaku Ikeda

Chi mi ha prestato il libro ha avuto cura di farmi partire psicologicamente attrezzata, dicendomi che sarebbe stata una lettura complessa. Sicuramente non poteva essere altrimenti, perché La vita mistero prezioso mette in ordine i principi cardine del buddismo di Nichiren, coniugandoli con il progresso scientifico e il pensiero dei grandi filosofi occidentali. Filosofo buddista e presidente della Soka Gakkai Internazionale, Daisaku Ikeda è molto bravo ad avvicinarsi al lettore americano ed europeo facendo riferimento al suo universo culturale, usando ad esempio le categorie kantiane e i principi della psicologia junghiana come ganci sui quali costruire l'immagine della visione buddista del tempo, dello spazio, della vita e della morte.

Superata l'iniziale diffidenza verso il titolo (avrei preferito una traduzione più fedele all'originale giapponese, Seimei O Kataru, che significa Dialogo sulla vita e ha un suo fascino classico), ho iniziato ad apprezzare lo sguardo olistico di Ikeda, che spazia in qualunque ambito della cultura in maniera divulgativa, ma mai banale, per ricondurre ogni fenomeno a una visione unificante.

La differenza fondamentale tra i tre grandi monoteismi figli del ceppo ebraico e il buddismo è una concezione immanente della divinità. La forza vitale permea l'intero universo in un grande respiro e non ha bisogno di essere creata: in un certo senso tutto è sacro e non esiste nessun dio trascendente al quale rivolgere le proprie preghiere.

Se ragioniamo in termini di principi morali, la compassione buddista e quella cristiana non sono poi così distanti: entrambe si basano sulla comprensione profonda dei sentimenti dell'altro. Se portiamo il nostro ragionamento a un livello etico, vediamo che le fondamenta sono rovesciate: poiché il cristiano deve la propria vita a un dio, il suo comportamento sarà sempre eterodiretto, il buddista al contrario vede nella sua vita la realizzazione effettiva di una serie di cause che si sono attivate nel passato, in una concatenazione che unisce qualunque tempo, qualunque luogo, qualunque ambito fenomenico. A beneficiarne è il senso di responsabilità verso se stessi, verso la propria vita, verso gli altri.

In una società in cui l'individuo è contemporaneamente un atomo e il nodo di una rete, la filosofia buddista aiuta a restituire all'uomo la forza di agente nella storia. La fiducia nel futuro non è tanto riposta nella prossima vita, ma nel conseguimento della felicità spirituale nel presente all'interno del fluido panta rei. Il buddismo non è una comoda giustificazione religiosa dell'individualismo, ma il suo superamento attraverso la costruzione non egoiostica del proprio ruolo nel mondo.

Credo che nel libro di Ikeda ci siano gli elementi fondamentali per capire la ragione per cui oggi molti italiani si rivolgono alla fede buddista. Mi chiedo se, al di là della fede stessa, il buddismo non possa essere una visione equilibrata e serena sulla quale basare un'etica non religiosa del fare e dell'autoconsapevolezza.

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Viral Video: dal mito della bacchetta magica alla consapevole strategia social

Pubblicato su 28 Marzo 2013 da Maria Silvia Sanna in Viral Video, social media marketing, social video advertising, strategia, cultura digitale, libri, marketing

Viral Video - La copertina del libro di Dario Caiazzo, Andrea Febbraio e Umberto Lisiero

Viral Video - La copertina del libro di Dario Caiazzo, Andrea Febbraio e Umberto Lisiero

Una professione da costruire

Se mi fermo a riflettere sulle innovazioni che hanno reso possibile inventare un mestiere come il mio, mi accorgo che solo dieci anni fa la mia professione non sarebbe stata nemmeno immaginabile. Sul mio biglietto da visita c'è scritto "Campaign & community manager" e quando qualcuno mi chiede ulteriori spiegazioni, io inizio pressappoco così: "Mi occupo di social video advertising". Sguardo vacuo. "In pratica", continuo con pazienza, "distribuisco video sui social media (principalmente su Facebook e sui blog) allo scopo di viralizzare contenuti brandizzati. In più faccio attività di digital PR e article marketing, sempre su blog e grandi network." A questo punto, l'ascoltatore non sempre ha capito di cosa stia parlando, ma tendenzialmente finge di ritenersi soddisfatto dalla mia risposta.

Solo dieci anni fa, dicevo, il mio lavoro non sarebbe stato nemmeno immaginabile perché, a parte i "vecchi blog" di cui si comincia a parlare già nel 1997, la maggior parte dei media di cui mi occupo sono recentissimi:

  • Facebook nasce nel 2004;
  • YouTube nasce nel 2005;

Naturalmente, più recente di tutti è social video advertising stesso, che nasce in forma embrionale solo nel 2006.

La nostra professione è un continuo work-in-progress, fatto di osservazione e sperimentazione, per questo si può dire che Ebuzzing sia una società pioniera nel social video advertising. Ragion per cui, non mi sento eccessivamente affetta da aziendalismo a presentavi un libro scritto da tre dei miei colleghi e capi: Dario Caiazzo (Managing Director Italia di Ebuzzing) Andrea Febbraio (Co-founder di Ebuzzing) e Umberto Lisiero (Co-founder di PromoDigital società acquistata nel 2010 da Ebuzzing), autori appunto del volume Viral Video che potete vedere nella foto sopra.

Cosa c'è di interessante in Viral Video?

Non sono in pochi a sentire puzza di zolfo appena si parla di social e di viralità dei contenuti. Si fa presto, di questi tempi, a dire "social" e "viral", ma non sempre si considerano tutti gli aspetti capaci di rendere un contenuto video virale. A causa della mole ormai immensa di contenuti creati da utenti e brand e di video presenti su YouTube, la distribuzione non è più un dettaglio trascurabile, ma una scienza esatta che accompagna un contenuto verso il successo. Come amano dire dalle mie parti, content is the king, distribution is the queen.

Nella ricetta della viralità c'è una consapevole operazione di distribuzione: non una bacchetta magica, ma un insieme di tecniche, tecnologie e pianificazione.

E siamo alla oramai famosa teoria del mojito. Che c'entrano i cocktail? Metaforicamente la distribuzione è un cocktail, in quanto è composta da ingredienti diversi, amalgamati grazie a un sapiente mix di Facebook, mobile e web 2.0.

Come abbiamo detto, il video advertising online è una novità relativamente recente per cercare di ridurre la complessità di questa nuova materia, lo IAB ha definito alcuni formati standard che rendono comparabile il lavoro degli attori del settore digital che vogliano pianificarlo.

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La penna, il calamaio e i social media

Pubblicato su 13 Novembre 2012 da Maria Silvia Sanna in scrittori, social media, social media marketing, letteratura, cultura digitale, marketing, libri

Un tempo c'era la siepe con dietro l'infinito e davanti ad essa un ingobbito giovinotto intendo a scrivere versi immortali. La maggior parte delle persone non sapevano nemmeno leggere e comunque le pecore e le mucche messe insieme erano più numerose dei cristiani.

La penna, il calamaio e i social media

Oggi che tutti abbiamo un computer, uno smartphone, un accesso alla rete, un tablet e un crescente numero di social network nei quali postare i contenuti più vari, far arrivare le proprie parole a qualcun altro è molto difficile. Lo scrittore di ieri poteva essere un eremita, un lupo solitario, un indomito segaiolo mentale. Lo scrittore di oggi può ancora essere un segaiolo, ma è costretto a rivedere la separazione un po' troppo radical e non più chic tra l'artista e il mercante, tra l'animo puro e l'animale sociale. Chi vuole tirar fuori le classiche pagine dal cassetto dei desideri, deve armarsi di santa pazienza e diventare esperto di PR, social media marketing, personal branding, presenzialismo e paraculaggine.

A parte gli scherzi, questo articolo di Umbazar che ha provato a usare Storify per promuovere un libro (senza mai citarne i contenuti), mi ha spinta a riprendere il tema cercando di raccogliere qualche risorsa utile.

TEASING - Social Spin-off

Da uno scrittore ci si aspetta creatività e in questo caso essere creativi significa avere la capacità di generare curiosità intorno al tema o alla storia che il libro contiene. Non esite una ricetta valida per tutti: bisogna saper guardare la propria opera come un prodotto, capire quale sia il mezzo migliore per promuoverla e tessere una storia intorno alla storia.

  1. #1 Un blog attraverso il quale cementare il vostro personal branding di scrittore?

  2. #2 Una serie di account fake, che interagendo tra di loro realizzano una sorta di spin-off twittero del vostro racconto?

  3. #3 Una board di note ipertestuali su Pinterest?

Sono solo alcuni spunti, altri potreste trovarli in questo articolo su Mashable. Qualunque strumento scegliate, l'importante è non smettere di fare quello che sapete fare meglio: raccontare.

NETWORKING - Social Network per scrittori

Circoli letterari, scuole di scrittura, tendenze letterarie hanno insegnato agli artisti di ogni epoca la potenza della circolazione delle idee. Possiamo essere da meno? In questa lista di Squidoo non c'è che l'imbarazzo della scelta. E magari fate anche un giro sull'italiano Medeo di cui vi ho parlato un annetto fa con un altro post.

WRITING - Staccare la spina

C'è da dire una cosa, per essere del tutto onesti: nel rumore di fondo continuo dei social network è facile farsi trasportare dal flusso e non si riesce più a trovare il tempo per scrivere senza cavalcare l'onda del pensiero altrui. Ogni tanto staccate il cavetto, spegnete la wireless, ritiratevi in montagna, al mare, nel sottoscala, dove vi pare. Scrivete.

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Questa Storia - Note a margine del testo

Pubblicato su 10 Ottobre 2012 da Maria Silvia Sanna in post-(l)it, libri, libro, letteratura, Alessandro Baricco, Questa Storia, letture, note a margine

Lo so, Questa storia di Baricco non è più un romanzo nuovo, ma questa immagine mi sembrava suggestiva con l'auto, le ruote, l'erba

Lo so, Questa storia di Baricco non è più un romanzo nuovo, ma questa immagine mi sembrava suggestiva con l'auto, le ruote, l'erba

Quando amo uno scrittore lo consumo fino all'ultima riga che ha scritto per sbaglio dietro uno scontrino mentre faceva la fila alla posta, è risaputo.

Amo Alessandro Baricco, per il suo stile, per le cose che dice, forse addirittura per una certa vanità autocompiaciuta di cui adorna parole e gesti e che lo rende antipatico a molti. Anche questo è risaputo.

Che poi mi vergognassi a pubblicare la terza recensione di Baricco in meno di un anno, questo non lo sa nessuno, ma alla fine che male c'è a confessare di essere monomaniacali? Sono, alla fine, una donna che da dimostrazione di saper essere fedele.

Così, dopo Mr. Gwyn (che ha degnamente aperto il mio 2012 letterario) ed Emmaus (che mi sono sforzata di non capire, anche se qualche volta mi ha fatta inciampare su me stessa), devo ammettere di aver passato un po' di tempo con Questa Storia e di aver ricavato da questo libro un intero sciame di suggestioni che continuano, dopo alcuni mesi, a ronzarmi in testa. Così, in differita, ho deciso di raccogliere alcune note a margine.

Nota numero uno: "quanto suo padre gli aveva insegnato dell'essere padri"

Io non so che padre abbia avuto Baricco o che strade abbia percorso quando era ragazzino, ma questa frase sembra il ritratto di mio padre, del rapporto che avevo con lui da bambina e del modo in cui mi ha fatta crescere. O forse, meglio, ha lasciato che crescessi a fianco a lui.

In quella severità, e in quell'assenza totale di dubbi, vi era quanto suo padre gli aveva insegnato dell'essere padri: che è saper camminare, senza mai voltarsi. Camminare il passo lungo degli adulti, senza pietà, ma un passo limpido e regolare, perché tuo figlio possa capirlo e starci attaccato, nonostante il suo passo bambino. E farlo senza mai voltarsi, se ne avrai la forza: perché lui sappia che non si perderà, e che camminare insieme è un destino di cui non bisogna mai dubitare, giacché è scritto nella terra.

Mio padre era così quando ero piccola. Nuotava al largo e lasciava che lo seguissi, senza invitarmi a farlo e senza nemmeno dirmi di andare via quando l'acqua era troppo alta. Io annaspavo verso di lui perché erano i soli momenti esclusivamente nostri, e lui nemmeno si girava a guardarmi. Ero piccola e goffa e per forza di cose restavo indietro. Più di una volta, a dirla tutta, ho rischiato di morire affogata. Non è che mio padre fosse distratto o egoista, non è che fosse incosciente come gli gridò una volta una sconosciuta sulla spiaggia affollata, solo, si aspettava che io gli stessi dietro senza bisogno di controllare. E alla fine, io per non morire ho imparato a nuotare. 

Nota numero due: "Sembri triste, ma è solo che stai aspettando, o ricordando"

Per tutte quelle volte in cui ho desiderato di tuffarmi nel passato, per tutte quelle volte in cui mi sono seduta sulal sponda del fiume e ho aspettato che venisse il mio momento. Per questo momento, in cui non devo accettare di fermarmi con l'alibi dell'attesa e del ricordo. 

Questa è forse l'idea che con più forza mi ha colpita.

Mi ha detto che secondo lui la gente vive per anni e anni, ma in realtà è solo in una piccola parte di quegli anni che vive davvero, e cioè negli anni in cui riesce a fare ciò per cui è nata. Allora, lì, è felice. Sembri triste, ma è solo che stai aspettando, o ricordando. Non è triste la gente che aspetta, e nemmeno quella che ricorda. Semplicemente è lontana.

Nota numero tre: "Se ami qualcuno che ti ama, non smascherare mai i suoi sogni. Il più grande, e illogico, sei tu."

E qui non c'è niente da aggiungere. Questa è da tenere a mente e basta.

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Il giorno prima della felicità

Pubblicato su 25 Settembre 2012 da Maria Silvia Sanna in Erri De Luca, Il giorno prima della felicità, libri, libro, recensione, romanzo, Napoli

Erri De Luca, Il giorno prima della felicità

Erri De Luca, Il giorno prima della felicità

Leggere Erri De Luca è un piacere che scorre lento nelle parole centellinate con il giusto equilibrio. Un piacere di cose non dette e di forme di vita che si affacciano tra le parentesi della storia narrata. Alla fine ci si sente in pace, quieti. L'ultima pagina contiene allo stesso tempo una soddisfazione e un'attesa, un orgasmo letterario e una risacca dell'anima. Io mi sento troppo volgare e inadatta, nello spazio frettoloso di questo blog, a riportarne l'essenza.

Tra le righe, ho scelto queste. Per leggere le citazioni clicca sulle immagini e guarda le fotografie nella dimensione originale.Tra le righe, ho scelto queste. Per leggere le citazioni clicca sulle immagini e guarda le fotografie nella dimensione originale.Tra le righe, ho scelto queste. Per leggere le citazioni clicca sulle immagini e guarda le fotografie nella dimensione originale.

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Le vergini suicide

Pubblicato su 11 Settembre 2012 da Maria Silvia Sanna in Jeffrey Eugenides, Le vergini suicide, libro, libri, post-(l)it, letteratura

Sarò breve. Epitaffica.

Le vergini suicide è un libro morboso e claustrofobico, al punto da essere antigenico e malarico. Non mi è piaciuto e sono arrivata fino alla fine con grande fatica. Ecco tutto.

Il fatto è che un anno e mezzo fa (Cristo come passa il tempo!) ho letto lo straordinario Middlesex (se volete leggere la mia recensione non dovete nemmeno cercarla, ve l'ho messa lì, sotto quel click del mouse), così il nome e il cognome in copertina hanno funzionato da calamite per la mia attenzione. "Jeffrey Eugenides. Quello che ha scritto Middlesex!" gridava la copertina. Neanche un cenno al film della Coppola, che probabilmente mi avrebbe fatto desistere. Quel figlio di puttana che ha curato l'edizione Mondadori conosceva bene i suoi polli. E io ci sono cascata.

Leggetevi Middlesex, lasciate perdere le vergini, soprattutto se hanno in mente di togliersi la vita e quindi non ve la daranno mai.

Le vergini suicide di Jeffey Eugenides

Le vergini suicide di Jeffey Eugenides

Comunque. Volete sapere una cosa? Anche questa lettura mi ha dato da imparare: non è vero che gli scrittori dopo il primo romanzo di successo perdono il bagliore poetico dell'ispirazione e tutto il resto è una parabola discendente. Le vergini suicide, messo in ordine cronologico prima di Middlesex, dimostra che nella vita si può sempre migliorare. E se questa vale per gli scrittori, figuriamoci per gli altri.

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C'era una volta l'amore ma ho dovuto ammazzarlo

Pubblicato su 4 Settembre 2012 da Maria Silvia Sanna in post-(l)it, letteratura, romanzo, recensione, libro, libri, letture estive, amore, Efraim Medina Reyes, C'era una volta l'amore ma ho dovuto ammazzarlo

Per leggere le citazioni clicca sulle immagini e guarda le fotografie nella dimensione originale.

Curiosavo tra gli scaffali della Feltrinelli di Largo Argentina, alla ricerca di un compagno di carta per l'estate, quando Maria Grazia mi chiama per mostrarmi la sua scoperta. Il titolo è di quelli coercitivi: non valuto nemmeno per un secondo l'opportunità di farmelo prestare alla fine dell'estate, devo averlo e subito. Un libro che si chiama "C'era una volta l'amore ma ho dovuto ammazzarlo" deve essere esposto nella mia libreria di ragazza single. Io, che nonostante l'omicidio provo ancora tanta rabbia, sono l'acquirente ideale del romanzo di Efraim Medina Reyes, scrittore colombiano classe 1967 che ha tutta l'aria di un vero figlio di puttana latino e si fregia di altri titoli come Tecniche di masturbazione tra Batman e Robin e La sessualità della Pantera Rosa.

C'era una volta l'amore ma ho dovuto ammazzarlo

C'era una volta l'amore ma ho dovuto ammazzarlo

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#Libri Emmaus: quella volta che non ho capito Baricco

Pubblicato su 24 Maggio 2012 da Silvia in Alessandro Baricco, Emmaus, Libro, Post-(L)it, recensione, Romanzo, Scaffale, libri

Si sa che ho un debole per Alessandro Baricco. Non sono sempre le storie a colpirmi, non tanto quanto la bellezza della scrittura. Il modo in cui ritaglia, incornicia, ripulisce e definisce ogni immagine, ogni frase, ogni riga. Quando si parla di lavorare di lima nella composizione delle parole è lui che mi viene in mente, con la sua prosa poetica. Quando ho comprato Emmaus, Baricco mi mancava da alcuni mesi. A volte torno da uno scrittore per nostalgia come si potrebbe tornare da un amore passato. L'ho letto in due giorni, il che significa che l'ho terminato andando e tornando dal lavoro per due volte, interrompendo talvolta la lettura per parlare con qualcuno: i libri di Baricco sono così puliti che sono centellinati, in quanto merce raffinatissima le parole si comprano al grammo. Sapendo che presto mi sarebbe mancato di nuovo ne ho comprato un altro e l'ho messo via, arriverà il momento. Dal titolo del post avete forse immaginato che qualcosa non sia andato tanto bene con questo libro. Non è proprio così: è andato tutto come doveva, solo che Emmaus è fuori dal mio orizzonte. Nonostante l'efficace descrizione dei protagonisti e del loro contesto, non sono riuscita a provare empatia, non sono riuscita a capire la deriva dei personaggi e la (loro) fine. Era come essere sintonizzata debolmente con una stazione radio: capivo le parole, riconoscevo le musiche, ma tutto era sporcato da un costante fruscio di fondo. Avevo la sensazione che quella storia con la sua pallida bipolarità fosse lontana, un po' troppo oltre qualche segno immaginario, perché io potessi comprenderla davvero.
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