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Viral Video: dal mito della bacchetta magica alla consapevole strategia social

Pubblicato su 28 Marzo 2013 da Maria Silvia Sanna in Viral Video, social media marketing, social video advertising, strategia, cultura digitale, libri, marketing

Viral Video - La copertina del libro di Dario Caiazzo, Andrea Febbraio e Umberto Lisiero

Una professione da costruire

Se mi fermo a riflettere sulle innovazioni che hanno reso possibile inventare un mestiere come il mio, mi accorgo che solo dieci anni fa la mia professione non sarebbe stata nemmeno immaginabile. Sul mio biglietto da visita c'è scritto "Campaign & community manager" e quando qualcuno mi chiede ulteriori spiegazioni, io inizio pressappoco così: "Mi occupo di social video advertising". Sguardo vacuo. "In pratica", continuo con pazienza, "distribuisco video sui social media (principalmente su Facebook e sui blog) allo scopo di viralizzare contenuti brandizzati. In più faccio attività di digital PR e article marketing, sempre su blog e grandi network." A questo punto, l'ascoltatore non sempre ha capito di cosa stia parlando, ma tendenzialmente finge di ritenersi soddisfatto dalla mia risposta.

Solo dieci anni fa, dicevo, il mio lavoro non sarebbe stato nemmeno immaginabile perché, a parte i "vecchi blog" di cui si comincia a parlare già nel 1997, la maggior parte dei media di cui mi occupo sono recentissimi:

  • Facebook nasce nel 2004;
  • YouTube nasce nel 2005;

Naturalmente, più recente di tutti è social video advertising stesso, che nasce in forma embrionale solo nel 2006.

La nostra professione è un continuo work-in-progress, fatto di osservazione e sperimentazione, per questo si può dire che Ebuzzing sia una società pioniera nel social video advertising. Ragion per cui, non mi sento eccessivamente affetta da aziendalismo a presentavi un libro scritto da tre dei miei colleghi e capi: Dario Caiazzo (Managing Director Italia di Ebuzzing) Andrea Febbraio (Co-founder di Ebuzzing) e Umberto Lisiero (Co-founder di PromoDigital società acquistata nel 2010 da Ebuzzing), autori appunto del volume Viral Video che potete vedere nella foto sopra.

Cosa c'è di interessante in Viral Video?

Non sono in pochi a sentire puzza di zolfo appena si parla di social e di viralità dei contenuti. Si fa presto, di questi tempi, a dire "social" e "viral", ma non sempre si considerano tutti gli aspetti capaci di rendere un contenuto video virale. A causa della mole ormai immensa di contenuti creati da utenti e brand e di video presenti su YouTube, la distribuzione non è più un dettaglio trascurabile, ma una scienza esatta che accompagna un contenuto verso il successo. Come amano dire dalle mie parti, content is the king, distribution is the queen.

Nella ricetta della viralità c'è una consapevole operazione di distribuzione: non una bacchetta magica, ma un insieme di tecniche, tecnologie e pianificazione.

E siamo alla oramai famosa teoria del mojito. Che c'entrano i cocktail? Metaforicamente la distribuzione è un cocktail, in quanto è composta da ingredienti diversi, amalgamati grazie a un sapiente mix di Facebook, mobile e web 2.0.

Come abbiamo detto, il video advertising online è una novità relativamente recente per cercare di ridurre la complessità di questa nuova materia, lo IAB ha definito alcuni formati standard che rendono comparabile il lavoro degli attori del settore digital che vogliano pianificarlo.

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La penna, il calamaio e i social media

Pubblicato su 13 Novembre 2012 da Maria Silvia Sanna in scrittori, social media, social media marketing, letteratura, cultura digitale, marketing, libri

Un tempo c'era la siepe con dietro l'infinito e davanti ad essa un ingobbito giovinotto intendo a scrivere versi immortali. La maggior parte delle persone non sapevano nemmeno leggere e comunque le pecore e le mucche messe insieme erano più numerose dei cristiani.

Oggi che tutti abbiamo un computer, uno smartphone, un accesso alla rete, un tablet e un crescente numero di social network nei quali postare i contenuti più vari, far arrivare le proprie parole a qualcun altro è molto difficile. Lo scrittore di ieri poteva essere un eremita, un lupo solitario, un indomito segaiolo mentale. Lo scrittore di oggi può ancora essere un segaiolo, ma è costretto a rivedere la separazione un po' troppo radical e non più chic tra l'artista e il mercante, tra l'animo puro e l'animale sociale. Chi vuole tirar fuori le classiche pagine dal cassetto dei desideri, deve armarsi di santa pazienza e diventare esperto di PR, social media marketing, personal branding, presenzialismo e paraculaggine.

A parte gli scherzi, questo articolo di Umbazar che ha provato a usare Storify per promuovere un libro (senza mai citarne i contenuti), mi ha spinta a riprendere il tema cercando di raccogliere qualche risorsa utile.

TEASING - Social Spin-off

Da uno scrittore ci si aspetta creatività e in questo caso essere creativi significa avere la capacità di generare curiosità intorno al tema o alla storia che il libro contiene. Non esite una ricetta valida per tutti: bisogna saper guardare la propria opera come un prodotto, capire quale sia il mezzo migliore per promuoverla e tessere una storia intorno alla storia.

  1. #1 Un blog attraverso il quale cementare il vostro personal branding di scrittore?

  2. #2 Una serie di account fake, che interagendo tra di loro realizzano una sorta di spin-off twittero del vostro racconto?

  3. #3 Una board di note ipertestuali su Pinterest?

Sono solo alcuni spunti, altri potreste trovarli in questo articolo su Mashable. Qualunque strumento scegliate, l'importante è non smettere di fare quello che sapete fare meglio: raccontare.

NETWORKING - Social Network per scrittori

Circoli letterari, scuole di scrittura, tendenze letterarie hanno insegnato agli artisti di ogni epoca la potenza della circolazione delle idee. Possiamo essere da meno? In questa lista di Squidoo non c'è che l'imbarazzo della scelta. E magari fate anche un giro sull'italiano Medeo di cui vi ho parlato un annetto fa con un altro post.

WRITING - Staccare la spina

C'è da dire una cosa, per essere del tutto onesti: nel rumore di fondo continuo dei social network è facile farsi trasportare dal flusso e non si riesce più a trovare il tempo per scrivere senza cavalcare l'onda del pensiero altrui. Ogni tanto staccate il cavetto, spegnete la wireless, ritiratevi in montagna, al mare, nel sottoscala, dove vi pare. Scrivete.

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Questa Storia - Note a margine del testo

Pubblicato su 10 Ottobre 2012 da Maria Silvia Sanna in post-(l)it, libri, libro, letteratura, Alessandro Baricco, Questa Storia, letture, note a margine

Lo so, Questa storia di Baricco non è più un romanzo nuovo, ma questa immagine mi sembrava suggestiva con l'auto, le ruote, l'erba

Quando amo uno scrittore lo consumo fino all'ultima riga che ha scritto per sbaglio dietro uno scontrino mentre faceva la fila alla posta, è risaputo.

Amo Alessandro Baricco, per il suo stile, per le cose che dice, forse addirittura per una certa vanità autocompiaciuta di cui adorna parole e gesti e che lo rende antipatico a molti. Anche questo è risaputo.

Che poi mi vergognassi a pubblicare la terza recensione di Baricco in meno di un anno, questo non lo sa nessuno, ma alla fine che male c'è a confessare di essere monomaniacali? Sono, alla fine, una donna che da dimostrazione di saper essere fedele.

Così, dopo Mr. Gwyn (che ha degnamente aperto il mio 2012 letterario) ed Emmaus (che mi sono sforzata di non capire, anche se qualche volta mi ha fatta inciampare su me stessa), devo ammettere di aver passato un po' di tempo con Questa Storia e di aver ricavato da questo libro un intero sciame di suggestioni che continuano, dopo alcuni mesi, a ronzarmi in testa. Così, in differita, ho deciso di raccogliere alcune note a margine.

Nota numero uno: "quanto suo padre gli aveva insegnato dell'essere padri"

Io non so che padre abbia avuto Baricco o che strade abbia percorso quando era ragazzino, ma questa frase sembra il ritratto di mio padre, del rapporto che avevo con lui da bambina e del modo in cui mi ha fatta crescere. O forse, meglio, ha lasciato che crescessi a fianco a lui.

In quella severità, e in quell'assenza totale di dubbi, vi era quanto suo padre gli aveva insegnato dell'essere padri: che è saper camminare, senza mai voltarsi. Camminare il passo lungo degli adulti, senza pietà, ma un passo limpido e regolare, perché tuo figlio possa capirlo e starci attaccato, nonostante il suo passo bambino. E farlo senza mai voltarsi, se ne avrai la forza: perché lui sappia che non si perderà, e che camminare insieme è un destino di cui non bisogna mai dubitare, giacché è scritto nella terra.

Mio padre era così quando ero piccola. Nuotava al largo e lasciava che lo seguissi, senza invitarmi a farlo e senza nemmeno dirmi di andare via quando l'acqua era troppo alta. Io annaspavo verso di lui perché erano i soli momenti esclusivamente nostri, e lui nemmeno si girava a guardarmi. Ero piccola e goffa e per forza di cose restavo indietro. Più di una volta, a dirla tutta, ho rischiato di morire affogata. Non è che mio padre fosse distratto o egoista, non è che fosse incosciente come gli gridò una volta una sconosciuta sulla spiaggia affollata, solo, si aspettava che io gli stessi dietro senza bisogno di controllare. E alla fine, io per non morire ho imparato a nuotare. 

Nota numero due: "Sembri triste, ma è solo che stai aspettando, o ricordando"

Per tutte quelle volte in cui ho desiderato di tuffarmi nel passato, per tutte quelle volte in cui mi sono seduta sulal sponda del fiume e ho aspettato che venisse il mio momento. Per questo momento, in cui non devo accettare di fermarmi con l'alibi dell'attesa e del ricordo. 

Questa è forse l'idea che con più forza mi ha colpita.

Mi ha detto che secondo lui la gente vive per anni e anni, ma in realtà è solo in una piccola parte di quegli anni che vive davvero, e cioè negli anni in cui riesce a fare ciò per cui è nata. Allora, lì, è felice. Sembri triste, ma è solo che stai aspettando, o ricordando. Non è triste la gente che aspetta, e nemmeno quella che ricorda. Semplicemente è lontana.

Nota numero tre: "Se ami qualcuno che ti ama, non smascherare mai i suoi sogni. Il più grande, e illogico, sei tu."

E qui non c'è niente da aggiungere. Questa è da tenere a mente e basta.

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Il giorno prima della felicità

Pubblicato su 25 Settembre 2012 da Maria Silvia Sanna in Erri De Luca, Il giorno prima della felicità, libri, libro, recensione, romanzo, Napoli

Erri De Luca, Il giorno prima della felicità

Leggere Erri De Luca è un piacere che scorre lento nelle parole centellinate con il giusto equilibrio. Un piacere di cose non dette e di forme di vita che si affacciano tra le parentesi della storia narrata. Alla fine ci si sente in pace, quieti. L'ultima pagina contiene allo stesso tempo una soddisfazione e un'attesa, un orgasmo letterario e una risacca dell'anima. Io mi sento troppo volgare e inadatta, nello spazio frettoloso di questo blog, a riportarne l'essenza.

Tra le righe, ho scelto queste. Per leggere le citazioni clicca sulle immagini e guarda le fotografie nella dimensione originale.

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Le vergini suicide

Pubblicato su 11 Settembre 2012 da Maria Silvia Sanna in Jeffrey Eugenides, Le vergini suicide, libro, libri, post-(l)it, letteratura

Sarò breve. Epitaffica.

Le vergini suicide è un libro morboso e claustrofobico, al punto da essere antigenico e malarico. Non mi è piaciuto e sono arrivata fino alla fine con grande fatica. Ecco tutto.

Il fatto è che un anno e mezzo fa (Cristo come passa il tempo!) ho letto lo straordinario Middlesex (se volete leggere la mia recensione non dovete nemmeno cercarla, ve l'ho messa lì, sotto quel click del mouse), così il nome e il cognome in copertina hanno funzionato da calamite per la mia attenzione. "Jeffrey Eugenides. Quello che ha scritto Middlesex!" gridava la copertina. Neanche un cenno al film della Coppola, che probabilmente mi avrebbe fatto desistere. Quel figlio di puttana che ha curato l'edizione Mondadori conosceva bene i suoi polli. E io ci sono cascata.

Leggetevi Middlesex, lasciate perdere le vergini, soprattutto se hanno in mente di togliersi la vita e quindi non ve la daranno mai.

Le vergini suicide di Jeffey Eugenides

Comunque. Volete sapere una cosa? Anche questa lettura mi ha dato da imparare: non è vero che gli scrittori dopo il primo romanzo di successo perdono il bagliore poetico dell'ispirazione e tutto il resto è una parabola discendente. Le vergini suicide, messo in ordine cronologico prima di Middlesex, dimostra che nella vita si può sempre migliorare. E se questa vale per gli scrittori, figuriamoci per gli altri.

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C'era una volta l'amore ma ho dovuto ammazzarlo

Pubblicato su 4 Settembre 2012 da Maria Silvia Sanna in post-(l)it, letteratura, romanzo, recensione, libro, libri, letture estive, amore, Efraim Medina Reyes, C'era una volta l'amore ma ho dovuto ammazzarlo

Per leggere le citazioni clicca sulle immagini e guarda le fotografie nella dimensione originale.

Curiosavo tra gli scaffali della Feltrinelli di Largo Argentina, alla ricerca di un compagno di carta per l'estate, quando Maria Grazia mi chiama per mostrarmi la sua scoperta. Il titolo è di quelli coercitivi: non valuto nemmeno per un secondo l'opportunità di farmelo prestare alla fine dell'estate, devo averlo e subito. Un libro che si chiama "C'era una volta l'amore ma ho dovuto ammazzarlo" deve essere esposto nella mia libreria di ragazza single. Io, che nonostante l'omicidio provo ancora tanta rabbia, sono l'acquirente ideale del romanzo di Efraim Medina Reyes, scrittore colombiano classe 1967 che ha tutta l'aria di un vero figlio di puttana latino e si fregia di altri titoli come Tecniche di masturbazione tra Batman e Robin e La sessualità della Pantera Rosa.

C'era una volta l'amore ma ho dovuto ammazzarlo

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#Libri Emmaus: quella volta che non ho capito Baricco

Pubblicato su 24 Maggio 2012 da Silvia in Alessandro Baricco, Emmaus, Libro, Post-(L)it, recensione, Romanzo, Scaffale, libri

Si sa che ho un debole per Alessandro Baricco. Non sono sempre le storie a colpirmi, non tanto quanto la bellezza della scrittura. Il modo in cui ritaglia, incornicia, ripulisce e definisce ogni immagine, ogni frase, ogni riga. Quando si parla di lavorare di lima nella composizione delle parole è lui che mi viene in mente, con la sua prosa poetica. Quando ho comprato Emmaus, Baricco mi mancava da alcuni mesi. A volte torno da uno scrittore per nostalgia come si potrebbe tornare da un amore passato. L'ho letto in due giorni, il che significa che l'ho terminato andando e tornando dal lavoro per due volte, interrompendo talvolta la lettura per parlare con qualcuno: i libri di Baricco sono così puliti che sono centellinati, in quanto merce raffinatissima le parole si comprano al grammo. Sapendo che presto mi sarebbe mancato di nuovo ne ho comprato un altro e l'ho messo via, arriverà il momento. Dal titolo del post avete forse immaginato che qualcosa non sia andato tanto bene con questo libro. Non è proprio così: è andato tutto come doveva, solo che Emmaus è fuori dal mio orizzonte. Nonostante l'efficace descrizione dei protagonisti e del loro contesto, non sono riuscita a provare empatia, non sono riuscita a capire la deriva dei personaggi e la (loro) fine. Era come essere sintonizzata debolmente con una stazione radio: capivo le parole, riconoscevo le musiche, ma tutto era sporcato da un costante fruscio di fondo. Avevo la sensazione che quella storia con la sua pallida bipolarità fosse lontana, un po' troppo oltre qualche segno immaginario, perché io potessi comprenderla davvero.
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No Logo di Naomi Klein

Pubblicato su 11 Aprile 2012 da Silvia in attivismo, capitalismo, economia, globalizzazione, lavoro, libri, Marketing, multinazionali, Namo Klein, No logo, Post-(L)it, Scaffale

A suo tempo, il New York Times definì No Logo "la Bibbia del movimento antiglobalizzazione". E della Bibbia questo libro ha di certo il volume e la capacità di trasmettere un messaggio attraverso numerosi argomenti. La definizione dell'accreditato quotidiano tralascia che il saggio, anche se prende le mosse da un movimento che si scaglia contro le azioni spietate delle grandi Corporation (per la maggior parte) americane, supera il discorso legato esclusivamente alla mobilitazione contro i brand, per abbracciare un approccio olistico e costruttivo. Trovo inutile e persino presuntuoso cercare di riassumere i contenuti di No Logo, piuttosto preferisco dirvi dello sdegno che ha suscitato in me e del mio già ben sveglio bisogno di cambiare che ha reso più acuto, raccontarvi la passione con cui l'ho letto e con cui evidentemente è stato scritto. E gli occhi diversi con cui ho iniziato a vedere le cose. Perché anche se è vero che Report ce ne racconta almeno due/tre a settimana e che sappiamo benissimo che l'economia globale si basa su scandalose iniquità vicine e lontane, è anche vero che ormai abbiamo fatto l'abitudine al marcio e, quel che è peggio, pensiamo sia talmente sistematico e organico da renderci impotenti. Naomi Klein fornisce una sistematizzazione chiara, organica e convincente che strappa il salame dagli occhi e induce una urgenza etica che abbiamo affogato mille volte nel cinismo del e-io-che-ci-posso-fare o se-mi-fermassi-ad-aiutare-ogni-poveraccio-non-camperei-più. Bene, non si tratta di fermarsi ad aiutare i mendicanti per la strada, ma di seguire un percorso che ci possa portare tutti insieme verso la democrazia. La strada, secondo l'autrice, la stanno indicando tutti i giorni le persone che si impegnano per i diritti umani, che scendono in piazza per un soldo di democrazia e che chiedono a gran voce un altro sistema. American Flag La cosa buffa è che possiedo No Logo da quasi cinque anni, regalo di seconda mano di una coinquilina che voleva sbarazzarsi di un po' di cose pesanti prima di partire. E io, invece, l'ho trascinato con me per tutto questo tempo, facendogli cambiare quattro diverse case, ma senza mai degnarlo di più di uno sguardo. Certi libri (e certi film) ti ronzano intorno finché non è davvero il loro momento. E, sì, questo era decisamente il suo momento per me, con  tutto che sono passati molti anni dalla sua pubblicazione e sono anche cambiate molte cose. I cosiddetti no-global sono stati messi da parte, annebbiati dal G8 genovese e poi dall'11 settembre. Non c'è stata nessuna rivoluzione pacifica, anche se con nomi diversi e sempre più spesso grandi masse di persone coordinano le loro azioni e rivendicazioni a livello internazionale (e ogni volta, in questo Paese, si tende a farli passare per facinorosi, violenti, devastatori, ma questa è un'altra storia). Quello che non cambia è il bisogno di fare qualcosa contro un sistema economico che strozza molti in favore di pochi: sono le istanze di democrazia, trasparenza, giustizia, equità sociale ed ecologia, ormai chiaramente composte in un solo mosaico. E, d'altra parte, quello che non migliora sono il sistema di precarizzazione del lavoro nei Paesi "ricchi" e il nuovo schiavismo nelle zone industriali di esportazione dei Paesi "in via di sviluppo" a cui si aggiunge quello sulla porta di casa dei terzisti manufatturieri. E l'economia teorica del mondo della finanza, che sclerotizza quella reale. Se vi state chiedendo se abbia senso nel 2012 leggere un libro sull'economia globale e la nuova contestazione che è stato pubblicato circa dodici anni fa, vi vorrei far notare come tutto quello che stiamo vivendo oggi, non è che il frutto di storture di un sistema economico che non ha mai invertito la rotta. Quando ci chiedono maggiore flassibilità per far arrivare investimenti stranieri, ho paura che dentro la promessa di crescita ci sia la minaccia del suo costo. Un po' come accadeva in certi Paesi in via di sviluppo del Sud Est Asiatico, ai quali poi per qualche motivo, quello sviluppo è stato negato. Quando si parla di evasione e si punta  il dito contro il piccolo esercente che non fa gli scontrini, voglio sapere chi toccherà le aziende che si avvalgono di terzisti che sfruttano lavoratori cinesi in nero nella nostra Campania. E quando si parla di aumento del prezzo della benzina voglio sapere perché siamo ancora costretti a usarla, la benzina. E con gli esempi mi fermo qui, ma ci siamo capiti. D'altra parte è di quest'anno la nuova edizione del libro, identico a quello originariamente pubblicato da Baldini & Castoldi, ma con una nuova prefazione dell'autrice. Se avete il sospetto che ci sia qualcosa che non va, è sicuramente il momento di leggere il libro della Klein.
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Vivere freelance: una nuova istigazione a fare da sé di Luca Panzarella

Pubblicato su 26 Marzo 2012 da Silvia in ebook, Freelance, lavoro, Luca Panzarella, Post-(L)it, Scaffale, Vivere Freelance, cultura digitale, libri

Aggiornamento dell'ultimo minuto: ti interessa questo libro? Da oggi e per una settimana puoi acquistarlo a soli 9,90€. Commenta l'articolo o scrivimi in privato per ottenere il codice di sconto! Vi ho già raccontato del mio incontro con Luca Panzarella e di come sia rimasta colpita nel suo entusiasmo un po' bohemienne. Nello stesso post vi ho parlato del suo viaggio dell'eroe precario. Ebbene, sembra che ci abbia preso gusto: non fai a tempo a scaricarne uno, che subito lui sforna un altro ebook. Luca Panzarella è lo Stephen King  del pdf (per prolificità, ma con un maggior dono della sintesi), il fomentatore dei creativi da cubicolo, l'evangelizzatore della vita da freelance: ed è appunto Vivere Freelance il titolo del libro che voglio consigliarvi oggi. L'autore, imprenditore creativo e location indipendent (be' chiedete a lui, non a me, cosa significhi), vi accompagna lungo la sua esperienza di freelance come potrebbe fare con un amico - o un fratello addirittura. È inusuale sentirsi dare del tu da un libro e magari all'inizio si può avere una reazione un po' perplessa, ma è solo questione di righe perché i consigli autobiografici e spesso spudorati del nostro eroe precario inizino a piacervi e, come l'innesto di nolaniana memoria, inizino a ronzarvi nella mente come se fossero davvero idee vostre. Forse lo scetticismo busserà per chiedervi quanto di quello che leggete sia reale e quanto, invece, sia mitologia di branding, forse sarete tentati di chiamare il commercialista e scrivere la vostra lettera di dimissioni subito dopo aver letto il libro.

Dalle pagine di Vivere Freelance sgorga una totale ed esuberante passione e un ininterrotto incoraggiamento che fa appello al motore più forte della crescita umana: il desiderio di libertà e indipendenza. Tra le pieghe dei consigli pratici del tipo come fare a (farsi conoscere, stimare i propri prezzi, trovare clienti, promuovere la propria attività) e le naturali ammissioni relative alle inevitabili difficoltà, fa insistentemente capolino la vera ragione per cui bisognerebbe leggere questo ebook...

E, appunto, perché bisognerebbe assolutamente leggerlo? Per chi sta pensando di diventare freelance, probabilmente questo piccolo vademecum romanzesco può essere un utile punto di partenza. Vero è che chi ha già iniziato a inoltrarsi nelle discussioni sul web in merito al lavoro freelance, probabilmente dispone già delle informazioni che troverà in questo libro. Il plus di Vivere freelance è la carica motivazionale e la forza dell'esperienza resa pubblica. Ma non è tutto qui. Anche chi non desidera di mettersi in proprio in alcun modo, chi non ha mai pensato che lavorare senza padrone possa essere vantaggioso, anche chi pensa che di questi tempi parlare di vita freelance sia solo un cieco azzardo, dovrebbe leggere questo libro. Anzi, vi dirò di più: soprattutto chi si accontenta ma non gode, chi si lamenta della crisi incombente ma non ha in programma alcun cambiamento, chi sostiene che i giovani abbiano poche prospettive ma nel frattempo dimostra poca fantasia, soprattutto queste persone dovrebbero leggere Vivere Freelance. Perché questo ebook è anche il racconto sorridente e intelligente di come un ragazzo intraprendente e fantasioso possa muovere scacco matto alla crisi e inventarsi una vita fuori dagli schemi. Schemi che, sotto gli occhi preoccupati di tutti, stanno cadendo giù come castelli di carte.

Clicca qui per comprare Vivere Freelance o scaricare la demo.

E, per finire, un'avvertenza: per leggere questo ebook dalla prima fino all'ultima pagina ci vogliono poche ore. Se sarà la vostra lettura prima di andare a letto, anche considerando che potrete essere molto stanchi, non durerà più di due notti. E, sempre considerata la stanchezza, andrete avanti spediti e senza pause: un capitoletto e subito il successivo, manco fossero biscotti, che una tira l'altro. Lo stile, come succede sempre con questo profeta siculo del fare-da-sè, è fluido, sintetico, accattivante ed empatico. E qui viene il mio avvertimento, perché finita la lettura (o nel mezzo di essa, ma sinceramente la vedo più difficile) non potrete esimervi dal perdervi nei numerosi link di approfondimento proposti dall'autore ed è qui che la lettura si complica e lievita a dismisura. E se dopo aver finito di leggere Vivere Freelance vi sentirete già con un piede fuori dall'ufficio, non salutate (per non dire di peggio) troppo presto il vostro capo, perché i percorsi ipertestuali che vi porteranno fuori dal libro potrebbero instillare in voi il benefico germe del dubbio.
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Dieci donne di Marcela Serrano [E l'undicesima sono io]

Pubblicato su 17 Gennaio 2012 da Silvia in Dieci donne, donne, Femminismo, libri, Marcela Serrano, Post-(L)it, Roba da donne, Scaffale, Segnalibro

Dieci donne Un tempo si diceva che le donne fossero tutte isteriche. Si dice ancora, a dire il vero, anche se pare che  l'esistenza di un malessere psichiatrico denominato isteria non abbia basi scientifiche. Forse è per questo che oggi si preferisce dire che le donne (non solo loro, ma specialmente loro) sono nevrotiche. Anzi, nel mondo contemporaneo la nevrosi è quasi uno status symbol - e più sei nevrotica più sei una degna rappresentante dell'esercito metropolitano e cosmopolita idealmente capeggiato da Carrie Bradshaw. L'incipit di Dieci donne di Marcela Serrano è:

"Le matte, ecco che arrivano le matte..."

"Solo un po' nevrotiche" si dice, poche righe più sotto. Così comincia una galleria di ritratti femminili: nove donne cilene e la loro psichiatra di origini russe, ciascuna carica di ricordi, gioie e amarezze. Diverse le età, diverse le esperienze, la cultura e le aspirazioni, ma uguale la lotta per vivere in un mondo troppo declinato al maschile e spesso maschilista. Il risultato di questa carrellata è una riflessione su ciò che significa essere donna, sull'ordinaria inquietudine e sull'impossibilità di afferrare un senso, conoscere se stesse e riconoscere i propri desideri. Alla fine mi sono ritrovata a riflettere su quanto sia femminile la tendenza a caricarsi sulle spalle il peso del (proprio) mondo. Fino al punto in cui, però, si sente il bisogno fisiologico di rovesciare tutto e respirare liberamente. [Di recente qualcuno ha osservato che ho le spalle tese e i muscoli del trapezio leggermente pronunciati: è là sopra che tengo tutte le mie preoccupazioni, il senso del dovere, il bisogno di dimostrare e un senso di perpetua inadeguatezza.] Dopo aver letto di ciascuna di queste donne immaginarie, mi sembra di averle conosciute. Alcune mi assomigliano, altre no, alcune mi hanno colpita, altre sono banalmente scivolate via, ma tutte mi hanno accompagnata, tutte mi hanno messa in guardia su errori da non commettere - e che forse commetterò comunque. Ho provato tenerezza, rabbia, frustrazione, come se le loro ingiustizie e i loro piaceri riguardassero qualcuno che conosco da una vita. E mentre la prosa della Serrano cambiava a seconda della cultura e dell'età di ciascuna voce narrante, io cominciavo a vedere nelle donne attorno a me i riflessi di quelle dieci storie e di un altro potenziale miliardo di storie diverse eppure uguali. Tante parole mi riecheggiano ancora in mente, ma forse a colpirmi più di tutte sono state queste:

"Gli uomini non sono altro che un oggetto simbolico e, credetemi, possiamo vivere anche senza un'icona del genere."

E a quel punto mi sono chiesta quanto questa frase possa essere/essere stata vera per me e per la mia storia. E passando di palo in frasca - ma nemmeno troppo - quanto abbiamo in fretta a rivendere la lezione e le conquiste del femminismo. E qui si apre una infinita serie di questioni, ma ne parleremo un'altra volta, per ora mi limito a lasciare virtualmente questo libro sul vostro comodino, come ha fatto mia madre con me. Fatene l'uso di cui avete più bisogno.
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Mr Gwyn

Pubblicato su 3 Gennaio 2012 da Silvia in Alessandro Baricco, libri, Mr Gwyn, Post-(L)it, recensione, Scaffale

Capita a tutti, di tanto in tanto, di sentire che una cosa che si è scelta e voluta, di cui si è pagato il prezzo e intorno alla quale finisce per orbitare la nostra stessa definizione come individui - una cosa come la carriera, la città in cui si è scelto di vivere, la persona che si è scelto di amare - non risponda più alle nostre esigenze profonde. Quando incontriamo Mr Gwyn per la prima volta, la sua figura è nettamente illuminata da una prepotente epifania: il suo lavoro non è più adatto a lui. Qualcuno potrebbe invidiarlo perché il suo non è un mestiere qualunque: Mr Gwyn si guadagna da vivere facendo lo scrittore. Chi ha il pane non ha i denti, si potrebbe pensare, senza domandarsi quanto sia amaro quel pane dall'apparenza fragrante. Io questo Mr Gwyn l'ho capito subito e mi sono ben guardata dal biasimarlo, perché ribellarsi nei confronti della propria definizione sociale non è roba per soli scrittori o intellettuali: è un'esperienza che che ritrovo continuamente nelle mie inquietudini e in quelle delle persone che conosco. Tutto l'ultimo romanzo di Baricco è, in fin dei conti, una storia di ribellione nei confronti del già scritto, una metafora sulla necessità di cambiare, di mettere alla prova i propri limiti, di ridipingere i propri contorni. Si ridisegna Mr Gwyn, inventando una professione inesistente per ritrovare se stesso, si ridisegna la giovane donna che lo segue in questa bizzarria, si ridisegnano i personaggi che lasciano che uno scrittore scavi nella loro anima per portare alla luce, come un paziente archeologo, la loro verità nascosta. E in tutto questo fluire di personalità e umanissime riflessioni,  si ridisegna anche il lettore che attraversa almeno due prospettive sul protagonista e sulla storia. Baricco non sembra prodigarsi particolarmente per avvicinare questa storia al suo lettore - compiacendosi e perdendosi nell'estetica delle parole: i dialoghi, le descrizioni e le poche azioni attraverso le quali la storia si svolge, si lasciano osservare come un bel quadro e come un bel quadro mantengono un segreto che non si dischiude. Con intelligenza e una punta di furbizia l'autore non cede alla tentazione di incastonare nel racconto gli scritti del suo protagonista evitando così l'imbarazzo di scrivere dopo aver descritto. In una parola, come al solito, lo stile è impeccabile - e porta con eleganza gli accenti più adatti per il suo soggetto. L'illusione è così perfetta che, nel leggere i dialoghi siamo tentati di pensare, vista l'ambientazione britannica, di leggere una traduzione. Quelli che, come me, sono fan di Baricco saranno felici di ritrovarlo ancora una volta, di seguire il filo del suo racconto e di notare con una punta di soddisfazione, giunti all'ultima pagina, come ancora una volta il finale sia il perfetto punto d'arrivo di un leggiadro viaggio tra la parole. Quelli che gli rimproverano un atteggiamento snob e presuntuoso, troveranno nel suo gusto estetizzante la conferma dei loro pregiudizi - e a ben vedere nemmeno loro resteranno delusi. Io, dopo aver incontrato questo libro e il suo autore passeggiando verso casa, ho trovato ironico il fatto che leggerlo mi abbia spinta a partire per una non ben determinata ricerca. Se qualcuno fosse curioso di incontrare Alessandro Baricco, ecco un paio di letture consigliate:
  1. Oceano mare (nella top 5 dei miei libri preferiti di sempre);
  2. City
  3. Seta
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Mi sono innamorata di Amelie Nothomb a Più libri più liberi

Pubblicato su 9 Dicembre 2011 da Silvia in Amelie Nothomb, Editoria, eventi, Fiera della Piccola e media editoria, Metafisica dei tubi, Più libri più liberi, Post-(L)it, Quelli tra carta e realtà, libri

Ogni volta che sento parlare una scrittrice (cosa che mi capita di solito durante eventi e presentazioni editoriali, ma può accadere, a tradimento, anche durante un tranquillo aperitivo tra amici) cado subito nella trama del suo fascino e provo un senso di ammirazione... No, un attimo: devo correggermi, non succede tutte le volte. Quando ho sentito parlare Isabella Santacroce mi sono alzata e me ne sono andata in un atto di istintiva ribellione intellettuale che non avrei nemmeno creduto mi potesse appartenere. Dicevo, provo una quasi incondizionata ammirazione, che somiglia un po' a quella dei bambini quando incontrano Babbo Natale o il pupazzo Disney di Topolino (anche se su quest'ultimo è più probabile che un bimbo un po' sveglio si ponga delle domande). Chiunque essa sia, per me lei è lì a incarnare la possibilità di entrare nel dorato mondo del libro: è soprattutto la scrittrice pigra che ancora c'è in me (quella che sogna la pubblicazione dalla tenera età di otto anni, ma non riesce a ritagliare alla scrittura uno spazio abituale e necessario per arrivare al traguardo) ad essere colpita dall'incontro. Quasi sempre ascolto l'autrice di turno, la guardo e mi immedesimo in lei. Per qualche ragione questo meccanismo è un po' più debole se incontro uno scrittore, come se l'appartenenza di genere più di qualunque altra differenza mi aiutasse a percepire la distanza tra me e lui. Scusate, oggi sono dispersiva - e, a proposito, apro un'altra parentesi: ci dev'essere qualcosa nel metodo d'insegnamento di certe maestre elementari utesi o nella retorica contadina del campidano che porta la gente che scrive a divagare attraverso milioni di discorsi parentetici. Questo spiegherebbe anche lo stile del compaesano Flavio Soriga. Dopo quattro paragrafi credo sia venuto il momento di arrivare al vero motivo per cui sto scrivendo queste righe: Amelie Nothomb. La scrittrice belga, vera e propria VIP dell'olimpo letterario, è a Roma per presentare il suo ultimo romanzo, Una forma di vita edito da Voland (informazione di servizio per i suoi fan: occhio che sarà in città anche oggi). A Più libri più liberi le è stato dedicato lo spazio di un'ora che ha fatto il pienone - con un pubblico, aggiungerei, prevalentemente di lettrici. L'autrice del romanzo Metafisica dei tubi (che, sinceramente parlando, è l'unico che abbia letto) è una donna sopra la quarantina, con ascendenze nobiliari oltre che figlia di diplomatici che l'hanno cresciuta in Giappone. Tutti i giorni scrive e tutti gli anni pubblica almeno un romanzo (è arrivata al ventesimo, con traduzioni in più di quaranta lingue), molti altri li scrive ma non li pubblica. È intelligente, spiritosa, musicale. Questa specie di continua eruzione intellettuale vivente non mi assomiglia affatto - o, per dirla come andrebbe detta, io non assomiglio affatto a lei. Eppure, sentendola parlare, quel pezzetto di aspirante scrittrice che è in me e che non si è ancora arresa a una vita passata dietro le gioie del marketing ha osato sentirla incredibilmente vicina. Il paradosso è ancor più ingarbugliato in quanto si parlava di frontiere individuali. E così riuscire a sentire una persona che dice che nonostante tutta la volontà di fidarsi dell'altro bisogna ammettere che ciascuno di noi ha i suoi confini e che una fusione tra le persone è impossibile (ma se fosse possibile sarebbe disastrosa), sentire un'identità di vedute con una persona che sta sostanzialmente dicendo che restiamo tutti delle isole nel profondo ha un che di contraddittorio. O no? Non sto a raccontarvi come la Nothomb abbia presentato la sua ultima creatura passando attraverso i temi dell'individualità, della scrittura, della comunicazione, dell'incontro, regalando piccoli scorci autobiografici e minuscole perle di saggezza - facendolo, per di più, con una leggerezza mai banale che, se ci penso, è esattamente il suo stile. Di certo, tra i prossimi libri che comprerò ci sarà il suo - più l'inevitabile recupero degli altri diciotto che ho perso.
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Infinito Futuro - Il 1984 davanti agli occhi

Pubblicato su 23 Novembre 2011 da Silvia in 1984, Antonio Sanna, George Orwell, Infinito Futuro, Post-(L)it, Quelli tra carta e realtà, Teatro dell'Orologio, libri

Una scena dello spettacolo Infinito Futuro di Antonio Sanna

Al Teatro dell'Orologio il 1984 riveduto e corretto a uso degli abitanti del 2011. Di scena alla sala grande dal 22 novembre fino al 18 dicembre, Infinito Futuro, uno spettacolo scritto e diretto da Antonio Sanna (e qui voglio specificare che, pur essendo suo omonimo, non è mio padre!) sulla base del romanzo orwelliano. Caso strano, ho letto proprio da poco il 1984 di George Orwell. Gli interventi sul testo originale non sono tanti: gli inevitabili tagli e accorpamenti a cui è soggetta una trasposizione, qualche riadattamento testuale che ricontestualizza l'opera in base alle attuali evoluzioni tecnologiche, qualche capovolgimento più linguistico che sostanziale (dalla castità al sesso facile, dal ministero dell'amore al ministero della regola, multipensiero al posto del bipensiero) e un paio di sferzate verso l'epoca che stiamo vivendo. Se nel romanzo c'era una sola possibile verità in continuo mutamento, nello spettacolo di Sanna le versioni del reale devono convivere, in una imposizione pirandelliana che comunque arriva all'identico risultato di impedire all'individuo di costruirsi punti di riferimento e di compiere scelte. Persino la lingua anziché restringersi e semplificarsi si allarga ipertrofica, facendo precipitare il genere umano nell'incomunicabilità. Asciutta, ma intensa la performance degli attori, in una drammatizzazione che immerge il pubblico nell'angosciosa rappresentazione di un futuro insostenibile, in cui l'intera umanità si è resa schiava. La sala grande del teatro rende possibile un allestimento di grande impatto emotivo in cui lo spazio occupato dagli attori si confonde con quello del pubblico mentre scenografia e architettura formano una cosa sola. A parte qualche passaggio un po' spigoloso (ad esempio non si capisce, come e soprattutto perché nasca la relazione tra i due protagonisti, mentre il libro lo rende molto naturale), il testo è capace di restituire intatte allo spettatore, anche a chi non conoscesse l'originale, la forza e la complessità dell'opera. La riscrittura adattata ai nostri tempi portano a riflettere sul messaggio del testo: cosa si deve fare per conservare l'umanità in sé stessi?
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Baricco, Mr. Gwin e la serendipità su via Appia

Pubblicato su 7 Novembre 2011 da Silvia in Alessandro Baricco, Feltrinelli Appia, Ispirazioni, Mr. Gwin, Post-(L)it, Quelli tra carta e realtà, Reading, Scaffale, libri

[caption id="attachment_4441" align="aligncenter" width="449" caption="Alessandro Baricco"]Alessandro Baricco[/caption] Sono una di quelle persone che sentono ogni tanto l'urgenza della solitudine. Soprattutto quando troppa inquietudine mi gira per la testa, oppure quando sono sovraccarica di impegni e vado in overdose da socialità - troppe persone, troppe cose da fare, troppa poca me. Consiedrando che la settimana scorsa si sono verificate insieme entrambe queste condizioni, sono arrivata al punto di totale saturazione. Mercoledì sera è stato il mio corpo a chiedermi un'ora di solitaria passeggiata verso casa, così sono stata obbligata a mettere in una parentesi il resto del mondo. Che è l'unico modo che conosco per ricominciare a repirare. All'altezza di San Giovanni camminavo spedita, guardando a malapena davanti a me. A Piazza San Giovanni Re di Roma fotografavo le prime decorazioni natalizie -con l'albero di Natale, il due novembre! A Ponte Lungo facevo azzardati paralleli tra il mio stato d'animo e le nuove vetrine di Calzedonia - quegli orologi che scorrono accelerati dietro le merci. [Cosa c'entra in tutto questo il nuovo libro di Baricco? Niente, credo, ma mi piaccioni i preamboli] All'altezza di Furio Camillo, passando davanti alla Feltrinelli dell'Appia, mi ha colpita la copertina di un libro. Un'impronta digitale e un titolo quasi illeggibile al suo interno. Un cartello piuttosto piccolo avvisava i passanti: mercoledì sera alle 21 Alessandro Baricco presenta il suo nuovo libro. Mi accorgo che è il giorno giusto. Guardo l'orologio, mancano dieci minuti alle nove. Baricco è uno dei miei scrittori preferiti e, colpita dalla casualità perfettamente orchestrata della circostanza, entro. Di Mr. Gwin lo scrittore avrà letto, esagerando, una decina di pagine, forse anche meno. Eppure, quasi subito, ho trovato una frase che sembrava racchiudere perfettamente il mio attuale stato d'animo. E non è poco, anzi. Perché in fondo in qualsiasi opera cerchiamo un frammento di specchio. Benvenuto nella mia libreria, Mr.Gwin.
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Medeo, si fa presto a dire social network!

Pubblicato su 26 Ottobre 2011 da Silvia in Letteratura, lettori, libri, Medeo, Scrittori, SOCIAL MEDIA, Social network, social networking, Thinking social, cultura digitale

[caption id="attachment_4387" align="aligncenter" width="600" caption="Medeo - ll social network culturale made in Italy"]Medeo[/caption] Oramai la parola social è sulla bocca di tutti. E se ad arricchirsi come Mark Zuckerberg sono stati in pochi, in molti corteggiano il settore e proliferano i nuovi social: dal generalista Google+ (resto sempre più convinta della validità delle mie prime impressioni in proposito) a quelli più specializzati. Questa corsa all'oro determina, inevitabilmente, un impoverimento del giacimento: gli utenti, complessivamente, non stanno certo aumentando come i network - anzi si può dire tranquillamente che sono sempre gli stessi e più ci addentriamo nella selva del web social, meno sparuti e intrepidi esploratori rimangono. In questi giorni è stato lanciato Medeo, l'italianissima rete social culturale. [Qualche anno fa una cosa simile era successa con gli aggregatori di notizie - che il social networking ha oscurato e che adesso, anche per via del Panda, stanno vivendo tempi duri.] L'idea Medeo è il primo social network made in Italy pensato per avvicinare gli amanti e i professionisti della cultura. In parole povere l'idea è questa: visto che scrittori, editori e lettori sono accomunati oltre che da una ipotetica affinità elettiva anche dall'inevitabile presenza sui social network... perché non creare uno spazio di condivisione e interazione tutto loro? Costruito intorno ai libri dagli stessi ideatori della webzine Io Come (che, curiosamente, ha una impostazione grafica molto più accattivante), raggruppa tutti gli interessi culturali di ciascun iscritto (quindi anche cinema e musica). Progetto ambizioso negli intenti, ha probabilmente il suo pregio maggiore nel tentativo di raggruppare gli eventi di interesse culturale (che spesso si perdono nel magma onnivoro di Facebook) all'interno di un contesto social. Naturalmente l'aspetto del networking dovrebbe fare la differenza, visto che di siti e blog completamente dedicati agli eventi, magari specializzati in una determinata area geografica o in un determinato settore, ce ne sono a iosa. Punti deboli Anche se l'idea è buona - ma non originalissima: pensiamo all'internazionale e ben consolidato Anobii - nella pratica Medeo ha ancora grossi margini di miglioramento, a partire da un grafica ben poco 2.0 fino a un form di registrazione troppo complesso e un po' obsoleto. Inoltre, almeno finora, mancano scrittori e personaggi illustri del mondo culturale che possano fare un po' da traino al lancio del social network. E come disse il maestro Zen: vedremo...
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