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Una giornata particolare: non tutti fanno un pupazzo di neve davanti al Colosseo

Pubblicato su 5 Febbraio 2012 da Silvia in amicizia, neve, Roma, nugae, food, lifestyle

Oggi ho fatto un pupazzo di neve davanti al Colosseo. Oggi mi sono sentita felice come non succedeva da tempo e il motivo è semplice...

Mentre Alemanno si incazza con quelli delle previsioni metereologiche e consiglia ai tre milioni di abitanti della sua città di restare chiusi in casa, buona parte dei suddetti abitanti, con buon pace del suddetto sindaco, si sono riversati per le strade armati: macchina fotografica in mano, decine di migliaia di cittadini e non hanno attraversato a piedi la città per godere del raro spettacolo di una capitale imbiancata dalla neve. Chiunque abiti qui è consapevole della bellezza maestosa di strade e monumenti, ma chissà quante volte passiamo davanti al Colosseo immersi nei fatti nostri senza più vederne la meraviglia. Poi cadono alcuni centimetri di neve e tutti spalancano gli occhi, aprendoli di nuovo allo stupore.

Qui al Sud (perché Roma è orgogliosamente terrona) una nevicata riporta tutti in una dimensione ludica e infantile: il mondo è di nuovo uno spettacolo e una festa.  C'è chi prende la tavola da mare e la trasforma in un improvvisato slittino e chi tira fuori dall'armadio tutto l'armamentario da settimana bianca, sci compresi, c'è chi tira palle di neve e chi disegna angeli per terra, chi scende per strada in piena notte e c'è chi come me si improvvisa scultore. Nell'entusiasmo collettivo mi sembrava di essere stata catapultata magicamente in un mondo che assomiglia a un social network: tutti sorridono e sono bellissimi come nei ritratti photoshoppati che usano come avatar, persone che non si sono mai incontrate prima si fotografano a vicenda e commentano pure, qualcuno clicca like sotto il mio pupazzo di neve e lo condivide con gli amici scattandogli una foto con la reflex.

[/caption] La condivisione è la chiave: sotto le nuvole bianche che hanno coperto Roma, tutti avevamo in comune la gioia e l'entusiasmo per un evento tanto naturale quanto fuori dall'ordinario (pare che una nevicata così non si vedesse dall'85, io non avevo neppure un anno e in ogni caso non abitavo qui). Condividere un'emozione e farlo guardandosi negli occhi è ancora, al di là delle innovazioni tecnologiche, il più grande motore della felicità. E allora mi è venuto in mente quanto sia vitale ed essenziale, compiere l'operazione inversa a quella che si fa tutti giorni nella vita metropolitana: superare il distacco che poniamo in modo più o meno consapevole e trovare un legame, un'empatia, una forma di primordiale solidarietà con l'uomo qualunque che incontriamo per la strada. Insomma, sarebbe bello se iniziassimo a diventare un po' più social anche fuori dal web. La lunga passeggiata lungo le strade innevate mi ha suggerito un modo per portare un po' di tepore nel focolare domestico: mi sono trasformata nella fantastica donna di casa che posso essere quando voglio e ho cucinato delle robette leggerissime... ;-)

Alla fine, anche un piatto di polenta e un dolce al cioccolato possono servire a dimostrare che... Happiness in real only when shared.

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Appletini, triangoli, cerchi che si chiudono e altre geometrie umane

Pubblicato su 9 Luglio 2011 da Silvia in (Ferm)attimi, amicizia, Amore, donne, Nick Hornby, Nugae, Sex and the City

Due appletini (o Martini apple, fate un po' voi ;-) ) e una situazione che fa pensare alle migliori puntate di Sex and the City. [caption id="attachment_3866" align="aligncenter" width="484" caption="Appletini: la pozione magica"]Appletini o Melatini o Apple Martini[/caption] Qualche giorno fa parlavo con la mia coinquilina dei cerchi che si chiudono. Sarebbe a dire quei rapporti in cui resta qualcosa di interrotto, di non detto e di irrosolto, che prima o poi tornano per completare il cerchio. La fantasia della vita vuole che non si chiudano mai nel modo in cui avremmo pensato. Con gli anni cambiano molte cose e dove credevamo di volere una rivalsa basta in realtà una carezza, dove credevamo ci sarebbe stato un "per sempre felici e contenti" si affaccia la liberatoria consapevolezza del "non può mai essere". E, insomma, così via, immagino che anche voi abbiate la vostra lista! A questo proposito, Nick Hornby ha scritto: “The truth about autobiographical songs, he realized, was that you had to make the present become the past, somehow: you had to take a feeling or a friend or a woman and turn whatever it was into something that was over, so that you could be definitive about it. You had to put it in a glass case and look at it and think about it until it gave up its meaning, and he’d managed to do that just about everybody he’d ever met or married or fathered. The truth about life was that nothing ever ended until you died, and even then you just left a whole bunch of unresolved narratives behind you.". E, per quanto mi renda conto che in un mondo dominato dalla razionalità e dal funzionamento casuale dovrebbe aver ragione, io qualche volta mi permetto di credere nel karma. Le cose che succedono nella nostra vita devono avere un qualche senso, se non altro quello che decidiamo di dargli. Tra l'altro l'unica persona che aveva previsto quello che sto per raccontarvi avrebbe un bel po' da dire a riguardo. Giovedì sera avevo appuntamento con una donna che ha giocato un ruolo importante negli ultimi cinque anni della mia vita, sin da quando ancora non la conoscevo nemmeno. Arrivo al Momart con un leggero ritardo, perché mi ero dovuta trattenere in ufficio. Mentre arrivavo mi sentivo piuttosto rilassata, però non appena l'ho vista qualcosa tra lo stomaco e i polmoni ha iniziato a restringersi. Grande sorriso e avvicinamento disinvolto. Questo, credo, ce l'abbiamo in comune: le palle di avvicinarci a qualsiasi situazione a viso aperto e con una camminata sicura. Insomma, eccola lì: una quarantenne favolosa, davvero alla Sex and the City. La prima istantanea la ritrae in tutto il suo metro e ottanta di fisico asciutto, ma sinuoso, lunghi capelli mossi e sguardo scintillante. In realtà, anche lei si sentiva un pochino in imbarazzo all'idea del nostro incontro. E, per sciogliere il ghiaccio, ha pensato di portarmi un piccolo pensiero glamour, che ho prontamente, ed efficacemente, usato il giorno dopo. Ma... torniamo un attimo indietro: chi è questa donna? (Quasi) cinque anni fa io e lei eravamo innamorate dello stesso uomo. (Non serve che vi dica che è lo stesso Mr. Big con cui tra un regno e un interregno ho passato gran parte dei miei ultimi cinque anni, appunto. Una storia che sembra un libro letto prendendo pagine a caso, senza una logica continuità temporale... ma ne abbiamo già parlato, no?) Ora, ci sono stati dei momenti in cui la mia storia e la sua si sono sovrapposte, formando la più classica delle figure geometriche che possa coinvolgere i due sessi. Considerata la mia altezza, una figura decisamente isoscele. Come potete immaginare, eravamo l'una per l'altra spaventosi fantasmi: nella cecità amorosa vedevamo nell'altra il nemico, come se lui non fosse stato l'unico responsabile delle proprie indecisioni. Un (po' più di un) anno fa, è successa una cosa che fa tanto pensare al film Il club delle prime mogli (molto carino, tra le altre cose). Io e lei ci siamo conosciute (galeotta fu la rete, e il blog di lui nello specifico). E... sorpresa sorpresa... non era affatto il mostro che credevo! Mi si è rivelata da subito per quello che veramente è: una donna vivace e frizzante, ricca di interessi e gioia di vivere, che per tanti versi (e non lo dico per vantarmi) mi assomiglia pure. Parlare ci ha aiutate a mettere insieme i pezzi del puzzle e forse anche a rimettere insieme alcuni pezzi di noi stesse. Così, dopo il mio ennesimo ritorno col Mr. Big di cui sopra, con definitiva chiusura (magari un giorno avrò voglia di scrivere due righe su quest'aggettivo) ecco che un giorno, tra un commento di Facebook e uno al blog, salta fuori l'idea di vederci. Come succede in una città grande e impegnata come questa, tra il dire e il fare c'è di mezzo l'agenda, così... Giovedì sera ci siamo ritrovate finalmente faccia a faccia (io ho un po' barato perché l'avevo già avvistata in passato all'università) a ridere e scherzare nella più disarmante e spontanea complicità. Lui ha occupato forse i primi dieci minuti del nostro primo appletini, mentre il resto della serata è stato tutto chiacchiere da donne e racconti vari. Cose che non c'è bisogno di riportare e che probabilmente nel chiudere un cerchio ne aprono un altro, che con il mondo degli uomini non ha niente a cui vedere. Quando l'ho vista attraversare la strada per andare verso la sua macchina, ho provato il moto di tenerezza che si sente per le persone con cui si ha uno speciale legame e ho ripensato a quello che mi ha detto all'inizio della serata. Sì, se le donne governassero il mondo sarebbe un mondo migliore.
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La solitudine di Adamo ed Eva

Pubblicato su 22 Gennaio 2011 da Silvia in (Ferm)attimi, Adamo ed Eva, amicizia, Amore, Nugae, Relazione di coppia

Adamo ed Eva... con i tacchi a spilloForse un giorno, morsa dal velenoso serpente della gelosia, potrei aver pensato:

Beata mia madre che non aveva Facebook e non poteva passare in rassegna tutte le ex di mio padre, né andare alla ricerca delle tracce digitali del passato.

Beata mia nonna che non aveva nemmeno il televisore e a casa sua non entrava tutti i giorni il confronto con donne sensuali e sensualmente discinte.

Beata Eva che era sola con Adamo, nel paradiso terrestre. E di certo non aveva rivali.

E qui mi sono fermata. Stai attenta a quello che desideri perché potresti ottenerlo.

Allora si è formata un'immagine nella mia mente: io e il mio Mr. Big, milioni di anni fa, soli. Probabilmente Caino e Abele sarebbero stati beli, belli, belli in modo assurdo, se fossero discesi da noi. E anche tutto il resto dell'umanità, di conseguenza.  Molto più probabilmente, però, non avremmo avuto figli. Quindi niente discendenza e niente umanità. Fine della storia, letteralmente.

Forse all'inizio sarebbe stato idilliaco.

Poi un giorno lui si sarebbe arrampicato su un albero (o rifugiato dentro una caverna) per avere un momento di privacy. Allora io mi sarei risentita e avrei cominciato a gridargli di scendere (o di uscire). E questo non avrebbe che peggiorato la situazione, alla fine io mi sarei sentita sola e lui con tutto l'Eden a disposizione non avrebbe potuto trovare un angolo solo per sé.

E questo sarebbe stato il primo scricchiolio, ma non avendo alternative, né avvocati divorzisti, saremmo rimasti insieme.

Poi ci sarebbe stata la storia del serpente.

"Chi era quello?"

"Nessuno, un amico."

"Tu sei troppo leggera, non devi dare confidenza al primo che striscia ai tuoi piedi. Io non mi fido di quello."

Avrebbe avuto ragione, ma io non avrei saputo resistere alla curiosità. Inoltre, più di Adamo, il serpente sarebbe apparso comprensivo nei confronti dei miei sbalzi d'umore e persino sensibile ai miei cambiamenti di pettinatura. Avrei raccolto la mia chioma con un nuovo osso e il mio uomo non se ne sarebbe nemmeno accorto, in compenso avrebbe trascorso metà delle sue giornate a giocare con un il fango fingendo di essere Dio. Io avrei cominciato ad aspettarmi qualcosa di più dal nostro rapporto, ma Adamo non avrebbe avuto voglia di mettere insieme i rametti con cui costruire la capanna. Cose del genere mi avrebbero fatto andare a parlare col serpente. Insomma, io ero volubile e quell'animale avrebbe saputo bene come assecondarmi.

E poi la storia della mela. Io mi sarei lasciata convincere ad assaggiare il frutto della conoscenza. Ne avrei parlato con Adamo e lui avrebbe ceduto (più che altro intuendo il nostro allontanamento, gli sarebbe sembrato l'unico modo per riavvicinarmi a sé). Allora avremmo morsoquesta bella mela rossa.

All'improvviso tutti i mali del mondo ci sarebbero piombati addosso. Dio avrebbe scoperto la nostra disobbedienza, ci avrebbe fatto una tremenda sfuriata e ci avrebbe spediti in una terra inospitale. Tanto per non sbagliare ci avrebbe pure maledetti.

Ovviamente sarebbe stata colpa mia: io mi ero fatta convincere dal serpente, io avevo avvicinato il frutto alle labbra carnose del mio Adamo. Adesso il mio uomo sarebbe stato consapevole e cosciente. Senza la minima intenzione di rivolgermi la parola. E io non avrei proprio saputo come fare a fargli smettere di odiarmi. E non avrei avuto nessuno con cui parlarne. Ci sarebbe stato ancora il serpente, già, ma sarebbe stato l'unico altro essere che avrei disprezzato più di me stessa.

Insomma, Eva non aveva rivali, ma nemmeno amiche. Non aveva alleate.

Nel mondo che conosciamo, quando il mio Mr. Big sale su un albero io so di poter contare su qualcun altro, che non sia il serpente. Qualcuno che non mi faccia sentire sola. Quando io e lui discutiamo su cose futili, come i pupazzetti di fango o le ossa fermacapelli, il più delle volte parlare con un'amica o un amico mi aiuta a inquadrare la situazione da un altro punto di vista.

Sarebbe un vero inferno essere in due soli nel paradiso. Mi meraviglio che Dio non ci abbia pensato. Insomma è così facile: per stare insieme a due a due non basta essere in due. Bisogna essere in tre, in quattro, in cinque, in dieci almeno: per dividere il peso del fardello, avere qualcuno con cui confrontarsi, differenziare le proprie esperienze per usarle come un tesoro quando si resta soli.

Insomma, tutto sommato, è stato un bene che Eva abbia mangiato la mela e sia stata costretta a generare l'umanità, ma proprio non ce l'avrei fatta a essere al suo posto.

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Riflessioni esistenziali a portar via (come il cibo cinese, ma meno unte)

Pubblicato su 3 Settembre 2010 da Silvia in (Ferm)attimi, amicizia, compleanno, me stessa, Nugae

26 years is the most fashion age in the world!Ieri ho compiuto 26 anni. Significa che mi sto spostando verso i fatidici 30 - che poi saranno davvero così fatidici? In questo ultimo anno sono successe tante cose; preferisco non concentrarmi su ciò che è andato perduto, ma sulle tante cose positive che ho imparato. Per esempio, ho imparato ad ascoltare me stessa e ho capito ciò che voglio e, soprattutto, ciò che non voglio. Ora devo solo capire come ottenerlo. Ho imparato ad essere aperta, a sintonizzarmi con le altre persone e ad avere la curiosità di scoprirle. Oppure, mettiamola così, ho capito di avere molte belle persone attorno a me, che meritano di essere scoperte. Non che prima non ci fossero, ma forse non ero in grado di vederle e di dare loro l'importanza che meritano. Ho imparato a fare cose da femmina, tipo fare shopping divertendomi e comprare un tailleur che avrò poche occasioni di indossare, andare in palestra, scaricare un’applicazione che mi permette di tenere traccia della mia dieta sul cellulare. Ho capito che questo non mi rende meno credibile quando mi occupo di cose più serie. Ho imparato che amo essere corteggiata e mi diverto a stuzzicare. Ho imparato che essere spudorata è meraviglioso. Tra l’altro a sbilanciarsi si guadagna sempre, anche quando si cade. Nel mio intimo, sono soddisfatta di essere diventata una specie di animale mitologico per alcune amiche. Attenzione: “fantastica e pessima” potrebbe diventare il mio motto. Proprio ieri ho imparato che c’è una correlazione tra essere se stessi e riuscire a stare a proprio agio quando si è contemporaneamente in compagnia di persone che appartengono a diversi ambiti della nostra vita. E credo anche che ci sia una correlazione tra essere se stessi e sentirsi felici. Per la prima volta dopo molto tempo, sono felice per quello che sono. Sono felice graziea quello che sono e non grazie a qualcun altro. (19 marzo 2010)   Copyright protected by Digiprove © 2010 Maria Silvia Sanna
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Perché ho bisogno della tua presenza, per capire meglio la mia essenza

Pubblicato su 31 Agosto 2010 da Silvia in (Ferm)attimi, amicizia, Amore, nightlife, Nugae, Roma, There's life in Rome

Notte bianca. Tanta gente per la strada, delirante carnevale fuori stagione. Rimpatriata con gli amici. Amici che mi sembra di aver salutato ieri e che invece non vedevo da un mese. Sono appena rientrata a casa. I capelli sembrano ancora più lisci sul viso impallidito per la stanchezza: adesso sì, sembro Samara.
Voglio lasciare un segno di questa notte.
So che mi brillavano gli occhi mentre ascoltavo Battiato in Campidoglio. Gianni brontolava che avrebbe preferito i film di Antonioni alla casa del cinema, ma non riuscivo a sentirlo perché ero totalmente immersa nelle parole di altri amori, cantate come se l'amore fosse uno solo. Ti cercavo perché mancavi solo tu, meravigliandomi perché in qualche modo eri vicino.
Un cornetto fuori orario. Ed ora vado a letto...
Buonanotte, anche a te!
(9 settembre 2007)
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Quello che resta

Pubblicato su 29 Agosto 2010 da Silvia in (Ferm)attimi, amicizia, Nugae, passato, Relazioni

Mi emoziona sapere che qualcuno sappia leggere i riferimenti a un passato perso tra le mie identità.
Abbiamo condiviso più di qualcosa. Abbiamo camminato insieme e poi ci siamo separate. I residui restano saldi attaccati al cuore. Una frase che accende sinapsi parallele solo per noi. Fa impressione capire che restano i segni del passato, ma quel noi ha smesso di essere.
(11 dicembre 2006)
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Partire, andare, lasciare

Pubblicato su 29 Agosto 2010 da Silvia in amicizia, Diario della valigia, famiglia, me stessa, Nugae, viaggi

Vorrei rimandare per sempre il 19 aprile: invece mancano solo tre giorni - sarà come cambiare dimensione, cambiare tempo, passare dal passato al futuro possibile. Penso già ai saluti. Preferirei farne a meno e andare via di nascosto, di sorpresa. Se potessi deciderei di raddoppiarmi, anzi, moltiplicarmi infinite volte: essere una per tutte le persone che amo e per tutte quelle che potrei amare, ma non ho ancora incontrato.
Vorrei prendere l’anima delle persone, superando i limiti imposti dalla decenza, ma poi non posso fare a meno di tradire, di scappare, di non-scegliere e andare. Vorrei essere un pilastro, un sostegno sicuro. Vorrei essere un porto, invece sono una corrente: mobile. Nessuno può fare affidamento su di me: non sono stabile in un luogo, non sono ferma in un sentimento, non posso dare tutto a nessuno. Scorro come il tempo.
Vorrei approfondire ogni incontro della mia vita, ma il tempo fugge, lo spazio è fatto di confini e non si può vivere in verticale il nostro essere orizzontale.
Adoro la lentezza de riti familiari, ammiro il nervosismo ciclico con cui si svolgono le azioni ripetute, come se fosse la prima volta. È Pasqua in famiglia. Tutto è al suo posto. Una giornata-àncora in una vita che si muove alla cieca.
(16 aprile 2006)
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Solitudine

Pubblicato su 29 Agosto 2010 da Silvia in (Ferm)attimi, amicizia, me stessa, Nugae

Quanto ci si può sentire soli?
Sveglia alle 5:15 di mattina, senza una ragione. Senza nemmeno il sole, senza luce, calore. I colori della casa sono atrofizzati, non ancora dischiusi dal giorno. E le persone dormono: in questa casa e a chilometri di distanza.
Scacciata da sogni senza senso di una notte troppo breve, sorseggio il caffellatte e il mio veleno.
Esiliata da una camera in cui due respiri sono troppi, cerco un’imbarcazione più ospitale nel freddo divano della cucina.
La lettura di un libro regalato distrae e accompagna le prime ore del mattino, ma non entra nel profondo, dove ancora soffoco l’urlo della mia solitudine.
Come altro ti sentiresti se ti svegliassi dopo cinque ore di sonno... e se dopo altre cinque qualcuno che fino ad allora ha dormito ti dicesse con aria di sufficienza "Vabbè cinque ore!"?
Perché del regalo della comprensione non si può attendere un ritorno...
Non è colpa di nessuno, certo...
(29 marzo 2006)
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I miei spazi

Pubblicato su 29 Agosto 2010 da Silvia in (Ferm)attimi, amicizia, me stessa, Nugae

Due passi a Villa Borghese.
Lo stomaco bolle.
Una salita. Fatica. Una discesa. Subito dopo. Sarà sempre così?
Calpesto l’erba e le margherite. Margherite… Il tacco affonda nella terra bagnata. Sono le dieci.
Infiltrazioni nella mia vita erodono lo spazio privato. Osmosi inaccettabili, che giorno dopo giorno ho concesso.
No. Gli uomini non ce li dividiamo, fosse anche solo per una scopata.
Ce ne sono tanti.
Tutto ciò che è mio è diventato anche suo.
Come posso difendere il baluardo di una mia indipendenza?
Rabbia.
Sono impotente. Non posso gestire nulla.
Pare che tutti sappiano cosa è meglio per me. Montano e smontano.
Capricci. Vento.
Seduta su un tronco con le scritte degli innamorati, brucio la rabbia. Dovrei parlare chiaro con lei.
Forse non era un dispetto. Forse sono io che capisco male ogni cosa. Ma ora ho bisogno di respirare da sola. Di prendermi i miei tempi. Di non avere rapporto ambigui con le persone. Di conservare lo spazio per il segreto. Di mantenere un po’ di intimità. Di esprimere me stessa, senza giudizi e interpretazioni.
Non ho bisogno di nessuna definizione. Lasciatemi solo vivere.
(20 marzo 2006)
Due passi a Villa Borghese. Lo stomaco bolle. Una salita. Fatica. Una discesa. Subito dopo. Sarà sempre così? Calpesto l’erba e le margherite. Margherite… Il tacco affonda nella terra bagnata. Sono le dieci. Infiltrazioni nella mia vita erodono lo spazio privato. Osmosi inaccettabili, che giorno dopo giorno ho concesso. No. Gli uomini non ce li dividiamo, fosse anche solo per una scopata. Ce ne sono tanti. Tutto ciò che è mio è diventato anche suo. Come posso difendere il baluardo di una mia indipendenza? Rabbia. Sono impotente. Non posso gestire nulla. Pare che tutti sappiano cosa è meglio per me. Montano e smontano. Capricci. Vento. Seduta su un tronco con le scritte degli innamorati, brucio la rabbia. Dovrei parlare chiaro con lei. Forse non era un dispetto. Forse sono io che capisco male ogni cosa. Ma ora ho bisogno di respirare da sola. Di prendermi i miei tempi. Di non avere rapporto ambigui con le persone. Di conservare lo spazio per il segreto. Di mantenere un po’ di intimità. Di esprimere me stessa, senza giudizi e interpretazioni. Non ho bisogno di nessuna definizione. Lasciatemi solo vivere.   Copyright protected by Digiprove © 2010 Maria Silvia Sanna
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La ritrovata

Pubblicato su 29 Agosto 2010 da Silvia in (Ferm)attimi, amicizia, famiglia, Nugae

Due mani, con una margheritaCi sono sere in cui puoi incontrare qualcuno senza muoverti da casa. Sere in cui puoi sentitrti vicina a qualcuno che si trova a chilometri di distanza.
Sere in cui riprendendo le fila spezzate di un rapporto chiuso da tempo, chiuso senza ragione, tornano a galla pezzi di identità messi da parte. Come se una parte di te da tempo in apnea tornasse a galla, per prendere di nuovo respiro. Ed è una parte che non si accontenta di una boccata d'aria. Una parte che quando si risveglia ha bisogno di espandersi, di occupare tutto lo spazio che trova.
E di rimescolare tutte le carte in tavola.
Proverò a buttarmi di nuovo nella mischia della quotidianità, nella routine del tempo tutto occupato. Cercherò di vivere nello stile se-mi-rilasso-collasso, di tacere a me stessa i fini facendomi sopraffare dai mezzi, di spegnere la voce dell'inquietudine... Ma questa volta sarà difficile dimenticare me stessa, rimandarmi a domani. Ci sarà qualcuno che con la sua presenza virtuale e vitalissima, con i suoi inconsapevoli colpi di martello mi scuoterà dal torpore.
Rifare i conti con l'identità e le sue radici. Cercare di cogliere il senso di quella coscienza atavica che guida la personalità. Riaprire ferite che ho voluto dimenticare, mettere finalmente sotto il microscopio le mie lacrime ingoiate per dare un senso al percorso fatto fin'ora. Per capire gli aborti della mia mente dovrò strappare con coraggio il grumo di sangue rappreso e guardarlo. Raccontarlo a me stessa scavando senza pietà. Solo allora il sangue circolerà di nuovo libero. Solo allora il fluido potrà liberarsi fecondo.
Adesso che posso guardare quel passato abbastanza da lontano è venuto il momento di immergerci le mani.
Solo così potrò giustificare me stessa.
Capisci, è bastato che mi ricordassi che scrivere era il mio punto di partenza e che il ritorno a me stessa doveva essere il mio punto di arrivo. Con il tuo gesto mi hai fatto vedere come ci vuole coraggio per affrontare la vita, per prendere ciò che desideriamo. Bisogna aver voglia di sfidare se stessi e mettersi in gioco, perchè navigare nelle acque della certezza svuota la percezione della felicità. Fare il passo più corto della gamba e muoversi solo se si è certi di vincere è noioso e ottunde la mente e i sensi. Ci vuole disordine, coraggio, vita. Una vita a 360 gradi, non un collage di doveri e divertimenti. Bisogna esercitare la riflessione su di sè, raccontarsi ogni giorno la propria storia e altre storie ancora. E non fare il passo più corto della gamba, perchè non inciampare è sin troppo semplice, ma ballare. Ballare rischiando il proprio equilibrio: meglio cadere esausti e pieni che appoggiarsi al muro.
(3 febbraio 2006)
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